Il barone di nicastro



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IL BARONE DI NICASTRO

di Ippolito Nievo


Tratto da:

Ippolito Nievo, Novelliere Campagnuolo e altri racconti a cura di Iginio De Luca,

Giulio Einaudi Editore, 1956


Or fa un secolo, scriveva Giangiacomo essere la Corsica il paese più vergine d’Europa. Ma dappoi l’eredità di un tale privilegio, toltole ladramente dai Francesi, fu adita col benefizio dell’inventario dalla sorella Sardegna; e forse sperò costei d’invogliare così gli sposatori, che solamente adesso cominciano a inuzzolirle dintorno. Peraltro ai tempi di cui parlo, la verginità della Sardegna non correva ancora di tali pericoli; anzi da Cagliari a Sassari la sua prole irrequieta viveva allo scuro come un devoto uditorio sotto il tendone del predicatore, credeva a Dio, ad alcuni santi, e a tutte le streghe della tragedia, e s’accoltellava con rara semplicità senza dar di sé contezza o desiderio al parentado oltremarino. Notate che io non parlo del secolo passato, ma solo di nove o dieci anni addietro. Eppure come la Trinacria Ciclopica allo sbarco d’Ulisse, ed Otahiti all’arrivo di Cook e il Giappone oggidì, era la Sardegna a que’ tempi. Tempi beati!

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I

 

Per l’appunto allora nella più selvatica giudicaria dell’isola viveva il barone Camillo di Nicastro; viveva, in barba ai dolcissimi tempi, tutt’altro che beato. Il suo castello per la qualità del paese era grande e magnifico; le torricelle non gli pencolavano addosso con troppo amore, né i colombi temevano di posare sulle grondaie; la scala aveva quasi tutti i suoi gradini, e due sole finestre perdevano le imposte; del resto tutti i boschi, tutte le montagne, tutti i seminati che si scoprivano dal più alto abbaino ingrassavano la baronia di Nicastro, e gli avi remoti o per avarizia o per orgoglio, o per accidia aveano legato al loro ultimo rampollo un cassone pieno raso di belle monete; di quelle gialle che non patiscono ruggine o vecchiaia.



Finalmente l’albero, o meglio la selva genealogica, che copriva dei suoi rami a spalliera tutte le pareti della sala, faceva malleveria dei sessantaquattro quarti di questo prezioso rampollo; il che voleva dire, che circa duecento anni addietro, sessantaquattro parrucconi d’ambo i sessi s’erano abbassati a una certa funzione plebea per condensare le loro esimie virtù in trentadue figli o figliuole, e questi in sedici nipoti, e questi in otto pronipoti, e questi in quattro tra figli e figliuole di pronipoti, e questi in due nipoti di pronipoti, e questi da ultimo nel pronipote dei pronipoti, cioè nel barone Camillo; il quale raccoglieva in sé lo stillicidio vitale di centoventisei tra baroni e baronesse, se non isbaglio; ma fate voi la prova della somma, poiché la parte aritmetica dell’anima mia risiede nelle dita, e non me ne fido gran fatto.

Contuttociò, lo ripeto, il barone non era felice, e gli stessi antenati, che per fabbricarlo squisitamente aveano speso tanti sudori, erano la cagione de’ suoi sospiri. Figuratevi che lo stemma dei Nicastro era una bilancia in campo rosso col motto cabalistico: Pensare e pesare: alle quali parole uno stregone d’un trisarcavolo aveva accomodato un suo giudizio, che nessuno della famiglia potesse immischiarsi mai nelle cose degli uomini prima di averne cercato e conosciuto il valore. E tutti di padre in figlio avevano obbedito rigidamente alla sentenza gentilizia; sicché tutti erano morti nel loro nicchio proprio mentre si credevano vicini a toccare le ardue sommità di quella scienza. Non saprei dir pel sottile a quali conclusioni fosse giunto ognuno degli antenati del nostro barone, quando la morte veniva a conchiudere le loro conclusioni; soltanto posso affermare, che il bisavolo parteggiava per Democrito, e rideva di cuore quando capitò il becchino ad annunziargli l’ora della partenza: che l’avo invece s’attenne ad Eraclito vivendo per modo che dopo morto parve meno lunatico di prima, e che il padre s’accommiatò da questo mondo recitando il rosario con pace serena. Ma già da qualche tempo il devoto infermo e il vecchio pedagogo erano iti ai cavoli, allorché il barone Camillo, orfano di padre e di madre a quindici anni, si chiuse nella biblioteca di famiglia a rifar l’opera de’ suoi predecessori.

«Studiar il valor degli uomini e delle cose!...» pensava il giovane romito, vedendo fisarsi in lui dai profondi scaffali l’occhio vitreo e miscredente dei morti scrittori; «converrebbe aver tra mano le anime non i libri!... pure anche il notomista cerca nei cadaveri la scienza della vita, e cosa son altro i libri se non le reliquie degli spiriti? ...»

Smoccolò la lucerna e senz’altro si diede a leggere. Solo toccati i ventiquattro anni intromise due giorni quello studio per disposarsi secondo lo stile de’ suoi maggiori ad una donzella appena slattata dalle Salesiane che a sua volta contava sessantaquattro quarti abbondanti di nobiltà, e coll’aiuto della quale sperava rendere ad un figliuol maschio l’egregio favore a lui reso dai due genitori, dai quattro nonni, dagli otto bisnonni, ecc., ecc. Ma un tale svagamento non durò a lungo, e dopo il banchetto nuziale tornò nella biblioteca; e là stette altri sette anni finché la moglie dilettissima ebbe a morire di noia, e a lui toccò accompagnarla alla chiesa, e tornarvi l’ottava seguente per l’uffizio di commemorazione. − Peccato! − mormorava il filosofo, − mi riempì gli armadi di calze e non fu capace di mettermi un bimbo nella cuna!...

Tuttavia la colpa di tale ommissione cadeva più nel barone che nella baronessa; perocché ligio come egli era più assai degli stessi antenati al senso filosofico-morale del suo motto araldico, si smemorava troppo sovente di certi altri doveri. Cionullameno la funebre interruzione non gli vietò di tornare all’opera con miglior lena; e tanto si diede fretta per non essere burlato come tutti gli altri, che nel giorno appunto che compiva i quarant’anni poté alzarsi dallo scrittoio e spalancar la finestra dicendo: − Ho finito! − Povero filosofo!... prima di cominciare credeva sul serio di aver finito! ... Ma come poi aveva finito?... Col ficcarsi appunto in capo la fede più santa, più generosa che mai santificasse cranio di barone!... col creder che la virtù basti per conforto, per alimento, per premio a se stessa; ch’essa sia il sommo onore, la somma felicità, la somma gloria, il sommo bene che regola il valore delle cose e degli uomini!...

Tale opinione, lo confesso, fu comperata assai a buon mercato con venticinque anni di studio e di prigionia; né fu piccola in ciò la ventura del barone. Ma gli sovvenne allora d’una tradizione gentilizia, che a qualunque primogenito, prima di abbandonare il castello di Nicastro, imponeva l’obbligo di leggere le pergamene d’una scansia inchiodata fra due travi del soffitto. Rinchiuse dunque la finestra, appoggiò una scala a piuoli al misterioso ripostiglio e salì con gran batticuore, fermandosi ad ogni gradino. Finalmente la chiave rugginosa girò stridendo nella toppa e la scansia s’aperse ch’era piena di polvere: ma per cercar che facesse della mano per entro a quel buio non palpava altro che polvere; tuttavia dopo molto frugare eccoti che due delle sue dita si addentrano in un buco ad abbrancare una coda di pergamena; e in quel momento una nebbia sì fitta gli corse dinanzi agli occhi, che per poco rovinando da quella sommità non ebbe a finire come aveano finito tutti gli altri di sua casa. Senonché si riebbe per uno sforzo di curiosità, e gettò lo sguardo su quel cencio di pelle che gli si impigliava tra le dita.

− Ecco la gratitudine dei sorci! − brontolò il barone scendendo un piuolo; − io li lascio vagare senza sospetto di trappole per le dispense e pei granai, ed essi si spassano a rosicchiare il più gran tesoro di mia casa −. E scese un altro piuolo; ma mentre s’apprestava a calare sul terzo, ecco l’occhio corrergli quasi involontario al titolo di quello strano documento. Non si ricordò più dove si fosse, non vide né il pavimento, né il soffitto, né la scala; sedette senza accorgersene su quel secondo gradino, e quanta conoscenza aveva di numismatica, di ermeneutica e di paleografia, tutta la costrinse nel rilevare il pieno concetto di quella scrittura dagli sgorbi sconnessi e rosicchiati che la componevano. Il titolo adunque, ch’era meno guasto del resto, fu letto assai speditamente e diceva all’incirca così:

Documenti utilissimi alla scienza dell’umanità comunicati dalle anime di molto illustri trapassati a me barone Clodoveo di Nicastro (seguitava una scrittura più recente e di mano diversa) morto nell’anno di grazia 1111 mentre s’apprestava a saggiare il valore degli uomini e delle cose col sistema aritmetico di Pitagora.

− Diavolo!... − mormorò il barone; − ecco un mio antenato che la sapeva lunga!... Se egli non moriva in sì bel punto, chi sa come sarebbe ora l’Italia!... − Ciò dicendo continuava ad ammiccare, a scervellarsi, a ruminare sullo scritto infamissimo del baron Clodoveo, che essendo in diretta corrispondenza cogli spiriti, avea trasandato come futile abbellimento la calligrafia. Notisi che quei comentari erano d’un latinaccio barbaro e veramente baroniale, e che, se io li traduco, è per maggiore comodità dei giovani, a cui si insegna per otto anni ma non si apprende il latino. Cominciavano dunque così:



Documento I. − Risposta di Plotino ad un mio quesito sulle qualità dell’eccellente numero tre.

Caro barone!...

«Capperi!» pensò il pronipote appollaiato sulla scala a leggere le memorie del proavo. «Per essere un egiziano, Plotino sapeva le convenienze araldiche!». Poi riprese a leggere:

Caro barone!... Vi rispondo che il numero tre è uno più uno, che fanno un altro uno, che costituiscono un tre: il quale accoppia per tal modo la forza numerica generante all’ente generato mediante l’opera generativa; dunque uno, uno e uno...

− Dio mi confonda se posso dicifrarne di più una sillaba sola!... − masticò fra i denti il barone: − ecco che un sorcio illetterato si piacque desinare col più famoso squarcio di letteratura sibillina che mi sia mai caduto sott’occhio!... Sien benedette le trappole e chi le inventò!...

Ciò non pertanto aguzzando gli occhi giunse a capire l’ultima clausola della risposta di Plotino, la quale diceva per l’appunto che sul resto è una vera scioccaggine perder il capo.

− Grazie! − sclamò don Camillo, − grazie, caro Plotino! ma non voglio credere che solo il numero tre sia degno di essere studiato, commentato e venerato... Passiamo ad altro!...

E lesse gran numero di responsi di Talete, di Stratogirone, di Zoroastro, di Cheope, di Konfutsee, di Visnù, di Pitagora, di Giuseppe Ebreo, di Simon Mago e perfino di Tubalcain e di Nembrod, che vivevano prima del diluvio sonando, ballando e cacciando, come noi viviamo ora prima della cometa. Tutti, già ci s’intende, brani malconci, rabbuffati, irti di abbreviature e di scarabocchi; tutte cose misteriose volgenti intorno alle virtù dei numeri, ai rapporti dei suoni, dei cieli e dei colori. Il barone si annoiava di tale fatica, quando come per ricompensa della sua paziente indagine, s’avvenne in un capoverso oltremodo meraviglioso. Era scritto: Documento LIII. − Risposta della dea Egeria ad una mia inchiesta sul numero fatale dei Romani.

− Corbezzoli! − gridò il filosofo con uno strabalzo di sorpresa facendo scricchiolare la scala sulla quale sedeva. − Corbezzoli!... che il mio dilettissimo arcitrisarcavolo Clodoveo nell’anno di grazia 1111 fosse ancora pagano?

Ma a rassicurarlo su questo punto gli soccorse una noterella in calce dell’antico barone che diceva... La chiamo dea Egeria per farmela propizia nel rispondere. Del resto io lo so di sicuro ch’ella è dannata come una strega maledetta, e accerto i miei posteri che mi sono già confessato e pentito di questa subdola piaggeria.

− Birbone d’un antenato! − bisbigliò il nostro filosofo. − Quali arti adoperava per corbellare gli spiriti!... Ma leggiamo, se si può, cosa ne dice la dea Egeria.

Caro barone... (la solita compitezza!) Rispondo che il numero due, simbolo di contraddizione senza complemento dialettico, fu la rappresentazione anti euritmica del pensiero romano. Romolo e Remo, patriziato e plebe, console e console, autorità consolare e tribunizia, equità e stretto diritto, libertà d’alcuni e servitù di molti, Silla e Mario, Cesare e Pompeo, Cristianesimo e Paganesimo, Costantinopoli e Roma, Romolo Augustolo ed Odoacre, sono le incarnazioni della cifra funesta. Uno e due... uno e due...

− Ah! ah!... sicuro! ci manca il tre del dottor Plotino; − disse ridendo il barone. − Me ne congratulo colla dea Egeria, che ne sa di storia... − e andò innanzi colla lettura.

Documento LIV. − Risposta di Milone Pitagorico ad una mia domanda sul numero della sapienza. − Caro barone. La sapienza umana è la nona parte dell’uno indivisibile, più un nono della nona parte, più un’altra nona parte di quel nono, più un altro nono di quella nona parte, e così, fino alla morte di chi fa il conto, e fino agli ultimi conti del genere umano. Studiate, figliuoli cari, per aggiungere qualche altra porzioncina novenaria a qualche piccolissima nona parte, ma non crediate mai di giungere a far un intero. Per esempio...

− Oh barbarie topesca! − scoppiò a gridare il barone, che pigliava gusto nella dimostrazione infinitesimale di Milone Pitagorico. − Oh barbarie inaudita!... Ecco per te troncata a mezzo la più bella prova aritmetica di questo mondo!... Lo giuro che tutti i cantoni di mia casa saranno guerniti d’or innanzi di bocconi d’arsenico!... Oh, cosa vedo mai!...

Questo ultimo punto esclamativo fu prodotto dalla lettura di un altro titolo che seguitava dopo l’ultima parte del teorema di Milone sciupata così miseramente dalla barbarie dei topi illetterati.

Documento ultimo. − Risposta di Bruto Minore ad un mio dubbio sul numero sostanziale della virtù. Caro barone!...

− Oh, questa poi non la credo!... sclamò, rizzandosi in piedi sul secondo piuolo e dando della nuca nello spigolo d’una trave, il nobile erudito. − Ahi!... ahi!... No, che questa non la credo! − soggiunse riponendosi a sedere. − Un repubblicano di quel calibro lasciarsi scappar di bocca un titolo aristocratico!...

Tuttavia continuò a leggere quelle ultime righe della pergamena che correvano abbastanza chiare fino alla fine.

− Caro barone. Io dissi morendo la virtù non essere che un nome; ma i nomi non hanno valore sostanziale, dunque la virtù è uguale alla negazione della sostanza, dunque essa è =0.

− Maledetto bugiardo! − ruggì il barone Camillo stracciando la pergamena e precipitando giù della scala a rischio di fiaccarsi il collo. − Vorresti darmela a bere!... ma ti conosco!... sei un ateo, un energumeno!... un pazzo!... un assassino!... Sì, un assassino!... Poiché il fine, sappilo o astuto ambizioso, non giustifica punto i mezzi, e per cosa al mondo tu né potevi né dovevi ammazzare tuo padre!... Bella virtù era la tua!... proprio uguale a zero!...

E il barone misurava a gran passi e quasi furiando il pavimento polveroso della biblioteca.

− Cassio valeva meglio di te cento volte!... − continuava egli, − ma in quanto a te ci scommetto il capo che miravi a farti bello delle spoglie altrui e null’altro... null’altro, mi capisci!... Filippi sarebbe stata la Farsaglia di Bruto invece di essere quella d’Augusto, se tu la spuntavi!... Ma io ti smentirò!... Ah! la virtù è uguale a zero!?... Buffone!... te lo farò vedere io qual è il prezzo di questa cosa divina!... Ehi!... Floriano!... Floriano!...

Bruto nulla rispose agl’insulti e alle mentite del signore di Nicastro; ma Floriano fu più arrendevole e comparve due minuti dopo sulle soglie della biblioteca. Ora conviene prima sapere chi fosse Floriano.
II

 

Floriano era il più antico arnese di casa Nicastro. Un arnese usato assai, sdruscito anco se volete, ma atto ad uffici diversissimi. Maggiordomo, credenziere, segretario secondo l’uopo, gloriavasi più di tutto d’essere il sagrestano della parrocchia: poiché egli era stato confratello penitenziere del defunto barone, ed avea ereditato qualche profumo della sua santità. Floriano accendeva le candele, serviva la messa, sonava le campane, portava il torcio e il messale con divozione esemplare; ma la sua miglior valentia era nella cerca delle limosine. E sì che la chiesa di Nicastro per le larghezze del barone iuspatrono era splendidamente dotata, ma il buon santese stimava che le limosine fossero l’opera meglio accetta al Signore, e perciò le aiutava con ogni argomento della sua fede cieca e sincera. Nessuno meglio di lui facea canticchiare in fondo alla borsa i quattrinelli, né con piglio più compassionevole allungava la canna cui essa era appesa, fin sotto il naso dei devoti, protendendo in pari tempo un certo suo collo che parea fatto apposta per ispiare di quanto s’accrescesse volta per volta il modesto peculio.



Raccogliendo poi quegli spiccioli a manate per deporli nella cassetta della sagrestia, si consolava pensando fra sé:

«Ecco saldati anche per questa domenica i conti dei parrocchiani di Nicastro col Signore Iddio!... Certo, se io non avessi guardato la vecchia Marta con quel mio piglio particolare essa non avrebbe cambiato in una palanca il solito quattrino; e se il mio gomito non urtava opportuno il collo troppo devoto del notaio Capocchi, egli non sarebbe stato costretto ad accorgersi di me e a cavarsi di tasca un bel soldaccio nuovo!... Bravo Floriano!... hai fatto operar del bene anco a chi non voleva; essi quandochessia te ne saranno grati, sono contento di te!...».

Questo fu l’uomo chiamato dal barone Camillo dopo il suo alterco con Bruto Minore: al quale (appena comparve, come dissi, sulla porta della biblioteca) egli comandò di allestirgli la valigia, e di ordinare i cavalli. Floriano lasciava la briga di ragionare sulle cose di questo mondo alla Provvidenza, onde ubbidì letteralmente a questi comandi; e né meno fece un atto di sorpresa quando il barone gli impose di montar secolui in lettiga.

L’alba del terzo giorno vide don Chisciotte e Sancio imbarcarsi sur una tartana che salpava da Cagliari per Genova. Floriano recitava l’Angelus Domini; il barone mormorava che l’avrebbe fatta tenere a quel miscredente di Bruto.


III

 

Dopo il bordeggiare faticoso della prima giornata, durante la quale la tartana non ebbe a guadagnare che un brevissimo tratto, sopravvenne da poppa un propizio libeccio: l’azzurro del nostro bel Mediterraneo s’increspò lievemente, come godesse di recare alle piaggie italiane il fiato primaverile dell’Africa... e il navighiero godeva anche lui, e di più si sfregolava le mani tenendo fermo del ginocchio il timone, al veder tendersi le sartie e rompersi il mare sotto la prora in due solchi d’argento. Ma eccoti sul più bello sbucare dall’altro canto del cielo quel cattivello di greco-levante, e, spazzata dell’ali la Siberia, buttarsi a capofitto sul golfo della Liguria!... Fu una brutta burla per la tartana; le vele, gonfiandosi confusamente, s’attraversarono l’una contro l’altra; la nave trabalzò, rimbalzò da poggia ad orza, come cavallo che a mezzo d’una corsa scivoli sopra il ghiaccio; e i delfini danzandole intorno sembravano fare quel gesto che fu mosso da Giosuè contro la faccia del sole.



− Ehi! ehi! qual nuova petulanza! − sclamò il signor barone giudice di Sardegna, alzandosi fin sulla fronte gli occhiali per guardar in faccia il piloto. − Qui si rifà punto fermo, messere!

− E sì che su questo ponte, come lo chiamano, si balla meglio dei trottoli! − disse Floriano, che stava sempre dietro al padrone come il cherico a monsignore, e non camminava sul cassero se non appeso per maggior sicurezza con ambo le mani a due funi della manovra.

Il nocchiero, non badando ai versacci del sagrestano, spiegò al gentiluomo la furberia dei due venti, che accapigliandosi fra loro, li inchiodavano nel bel mezzo di una tempesta senza fine né ragione; e secondo lui non v’aveva modo di cavarsela; ché se ai due venti fosse piaciuto di continuare la bega per due settimane, e per due settimane bisognava metter alla prova la pazienza.

− Ma se ne saltasse fuori un terzo? − domandò con un filo di speranza il barone, che nello studio della vita aveva dimenticato la rosa dei venti.

− Allora sarebbe un altro par di maniche, − rispose il piloto, − e per amore o per forza esso finirebbe col pararci o in Europa o in Asia o in Africa.

− In Africa ci sono dei peccatori assai ricchi, − mormorò Floriano; − li persuaderemo a far la limosina per le anime del purgatorio.

− Pitagora non aveva torto, − riprese dal canto suo il nipote del barone Clodoveo. − Ci vuole l’unum o il trinum per andare innanzi, e anche la virtù...

Ma il mare si faceva sempre più grosso, e convenne lasciar in panna la filosofia per lasciar parlare lo stomaco.


IV

 

− Come ti garbano i viaggi di mare? − domandò il barone al fido segretario un dodici ore dopo, quando il libeccio trionfante rimise lena alla nave; ned egli avrebbe osato movere una tale inchiesta, finché il disagio e i pericoli del loro stato davano motivo a Floriano di rispondergli contro i suoi desideri.



− Tutto è vivere, − rispose pecorilmente il buon segretario.

− Sicuro! − soggiunse l’altro; − e il tuo sarà un vivere nel sacco, se viaggerai le terre di cristianità guardandoti sempre le unghie. Ecco, tutti si movono, tutti si affaccendano sul legno, e tu solo te ne stai ritto in panciolle, come il rettore quando si fa incensare!

− Vossignoria comandi! − bisbigliò Floriano.

− Vossignoria, vossignoria, − borbottò il barone. − Anche tu hai la tua testa!... Osserva dunque, ragiona, ti istruisci delle cose marinaresche!... Sai pure che io sono uscito dalla mia biblioteca per vedere un po’ quanto si combinino colle regole di sapienza i negozi di questo mondo... Ora tu devi essere uno de’ miei cannocchiali, caro Floriano!... Datti dunque attorno, studia, giudica, riferisci; affacciati se non altro al finestrino per veder la testa del pesce cane, il quale dev’essere una persona di questo mondo anche lui.

Il sagrestano arrossì, come una giovinetta che nel ballar la quadriglia s’accorga di perder una calza.

− I pesci cani veduti così da vicino non mi hanno figura di persone oneste, − rispose egli balbettando.

Monta dunque sopra coperta, e mescolati un poco alla gente, − ripigliò il barone.

− Vossignoria non ha forse badato a quelle due signore che s’imbarcarono con noi a Cagliari? − soggiunse con voce sommessa e tremolante Floriano.

− Vi ho badato come si bada ad una nuvola che passa, − rispose il gentiluomo.

− Io vi badai... forse con minor riserbo, − ripigliò il maggiordomo. − Si ricorda, vossignoria, come sono vestite, e quali attucci vanno facendo, e come parlano alla lesta con questo e con quello?... Non vorrei!...

− Ah, questa è famosa, Floriano!... Mai paura delle tentazioni! Fatti coraggio!... non vi sono soltanto quelle nobili donne sul cassero; v’hanno marinai e passeggieri in buon dato; quando si viaggia per istruirsi non bisogna guardar tanto per sottile!

− Oh signore!... si figuri!... bestemmiano come turchi coloro!

− Non importa, quando si tratta di imparare...

− Eh, sì!... di quanto mi son io avvantaggiato dappoiché distinguo le ancore dai catenacci, e le vele di pappafico da quelle... da quelle di trinchetto?...

− Ma non capisci proprio nulla, non sei buono a nulla tu!? − gridò spazientito il barone.

− Se ben ne sovviene a vostra eccellenza, io le ho sorretto la catinella per tutta la notte passata, − soggiunse modestamente il cameriere.

− Sicuro! e vi cascavi sopra con quel tuo testone assonnato! e sì che il vascello traballava che pareva ubbriaco!

− Effetto della mia coscienza tranquilla!

− Ottimamente!... fosti per dire che la mia coscienza è meno tranquilla della tua?

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