Gli scritti di Eileen Fletcher sulla repressione britannica in Kenya



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Gli scritti di Eileen Fletcher

sulla repressione britannica in Kenya

(4-18 maggio 1956)

a cura di

Bruna Bianchi

Il 4 maggio 1956 comparve sul periodico pacifista “Peace News. The International Pacifist Weekly” un articolo a firma di Eileen Fletcher: Kenya’s Concentration Camps. An Eyewitness Account. In tre pagine fitte, corredate da numerose immagini, l’autrice, che per sedici mesi aveva ricoperto l’incarico di sovrintendente alla “riabilitazione” al campo di Kamiti, portava a conoscenza dell’opinione pubblica la terribile realtà della repressione britannica della rivolta Mau Mau (Land Freedom Army). Durante quella campagna sanguinosa, che causò centinaia di migliaia di morti, furono violate le convenzioni internazionali sui diritti umani e sul trattamento dei prigionieri di guerra, si fece ricorso alla detenzione senza processo, alla deportazione in campi di concentramento e in riserve, alla tortura, al lavoro forzato, alle esecuzioni sommarie.

Al primo articolo in cui venivano descritte le condizioni nei campi, nei centri di detenzione e di screening, nei villaggi “di emergenza” che Eileen Fletcher aveva visitato nel corso della sua attività in Kenya, ne seguirono altri due, rispettivamente l’11 e il 18 maggio: Truth about Kenya. Where Justice Lies Buried e White Supremacy in Kenya. Gli articoli furono poi raccolti in un opuscolo a cura del Movement for Colonial Freedom con il titolo: Thruth about Kenya. An Eyewitness Account by Eileen Fletcher Former Reahabilitation Officer Kenya Government; l’opuscolo fu messo in vendita a uno scellino.

Eileen Fletcher, originaria del Middlesex, quacchera, impegnata da vent’anni nel lavoro sociale, in particolare nell’assistenza psicologica e psichiatrica, aveva ricoperto importanti incarichi pubblici. Durante il conflitto trascorse due anni in Uganda come responsabile dell’educazione e dell’assistenza in un campo che accoglieva tremila profughi polacchi. Quando, sempre durante il conflitto, venne destinata ad un altro incarico che avrebbe implicato una sua diretta partecipazione allo sforzo bellico, Eileen Fletcher diede le dimissioni.

Sono quacchera e obiettrice di coscienza per convinzione religiosa. Durante la guerra ho dovuto dare le dimissioni da un incarico governativo che occupavo da dieci anni perdendo tutti i miei diritti pensionistici quando improvvisamente mi fu chiesto di fornire consigli alle aziende industriali sul modo di aumentare la produzione di guerra!

Nel dicembre del 1954 fu chiamata da Thomas Garrett Askwith a collaborare al programma di riabilitazione in Kenya, un programma che nelle intenzioni di Askwith era volto a svincolare la popolazione kikuyu dall’influenza Mau Mau attraverso un piano di riforme sociali, economiche, educative e la pratica dell’inclusione razziale. Eileen Fletcher, che condivideva le idee di Askwith, cosÏ spiega la sua decisione di recarsi in Kenya:

Sono andata in Kenya nel dicembre del 1954 per lavorare nei campi in cui erano internati i Mau Mau perché ero preoccupata di quanto scrivevano i giornali inglesi sulle atrocità commesse sia dai Mau Mau che da alcuni cittadini britannici impegnati nella repressione del loro movimento.

[...] Volevo aiutare i prigionieri Mau Mau durante la loro detenzione; poiché avevo vissuto per due anni in un campo profughi isolato e per un anno in un campo di riabilitazione per ex prigionieri di guerra, sapevo per esperienza quanto potesse essere avvilente e demoralizzante una simile condizione.

Il programma di Askwith ottenne il formale appoggio del governatore del Kenya, ma nel complesso negli ambienti governativi e tra i coloni prevalse la volontà di eliminare la popolazione kikuyu. Il progetto quindi non ottenne sostegno né finanziamenti adeguati e nelle testimonianze raccolte negli ultimi anni i sopravvissuti nulla ricordano della riabilitazione se non le occasionali partite di pallone, gli slogan di propaganda coloniale gridati all’interno dei campi, la distribuzione di volantini sui successi coloniali britannici e sul buon trattamento riservato ai nativi nei “villaggi di emergenza”.

Che il programma di riabilitazione per le autorità coloniali e per il governo britannico non fosse altro che un espediente per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica i campi di concentramento e per occultare le crudeltà che vi venivano commesse, fu immediatamente chiaro ad Eileen Fletcher. A proposito di un centro destinato all’insegnamento della lingua kikuyu ai rehabilitation officers scrive:

Il locale era pieno di bottiglie di birra vuote e la “conversazione” più frequente consisteva in urla del tipo: “ragazzo, portami un’altra birra” e “ma quand’Ë che mi daranno una pistola?”.

Dopo sedici mesi di attività Eileen Fletcher ruppe il suo contratto di quattro anni e decise di tornare in Inghilterra per rendere nota la realtà della repressione in Kenya.

Quando dissi ad un membro della Società missionaria che sarei tornata in patria per dire alla gente cosa stava succedendo in Kenya, mi rispose: “nessuno, a meno che non abbia visto con i suoi stessi occhi, ti crederà Nessuno crederà a una depravazione tanto diffusa.

In Inghilterra gli articoli di Eileen Fletcher, la denuncia più ampia, documentata e puntuale che fosse stata avanzata fino ad allora, pose al centro del dibattito politico la questione del Kenya. Per la prima volta infatti nel giugno 1956 la repressione nella colonia fu discussa ampiamente in Parlamento. A mettere in imbarazzo il governo era la credibilità di Eileen Fletcher: un’apprezzata operatrice sociale che aveva ricoperto un incarico pubblico in Kenya, che godeva della stima di Askwith e della fiducia dell’opinione pubblica.

Tra le rivelazioni apparse su “Pece News” suscitarono particolare sdegno le condizioni di detenzione a Kamiti delle bambine e delle adolescenti; condannate all’ergastolo, erano costrette al lavoro forzato e punite con la cella di rigore.

La detenzione delle bambine fu l’unica violazione che il ministro delle colonie Alan Lennox-Boyd si preoccupò di confutare accampando presunti errori nei documenti giudiziari: in realtà – sostenne - si trattava di quindicenni, un’età in cui il ricorso alla detenzione era perfettamente lecito. Egli non accolse la richiesta dell’opposizione di aprire un’inchiesta ufficiale su quanto stava avvenendo in Kenya e si rifiutò di rendere conto di tutte le atrocità, soprusi, torture riportate da “Peace News”; preferì coprire di discredito Eileen Fletcher. L’apparato del Ministero delle colonie si impegnò in una campagna denigratoria: Eileen Fletcher fu definita un’isterica, una donna dal carattere malevolo; la sua capacità di giudizio e la sua buona fede furono messe in dubbio; il suo lavoro fu considerato superficiale e il suo resoconto pieno di grossolani errori.

La vicenda di Eileen Fletcher per molti versi può essere accostata a quella di Emily Hobhouse. Ritroviamo la stesso desiderio di andare in aiuto a donne e bambini rinchiusi nei campi di concentramento, la stessa scelta di tornare in patria per rendere note le atrocità commesse nelle colonie da parte della Gran Bretagna. Sia nel 1901 che nel 1956 le rivelazioni di tali atrocità si imposero all’attenzione dell’opinione pubblica e condizionarono il dibattito politico. Tanto Eileen Fletcher che Emily Hobhouse furono accusate di mentire, di essere incompetenti a giudicare, di essere isteriche. Nel caso di Eileen Fletcher che, a differenza di Emily Hobhouse, aveva avuto riconoscimenti pubblici, la campagna denigratoria fu forse ancora pi_ aspra, la volontà di distruggere la sua credibilità ancora più accanita.

I resoconti di Eileen Fletcher ancora oggi sono fonti preziose per ricostruire gli ultimi anni del dominio coloniale britannico in Kenya. Nel 1963, infatti, immediatamente prima dell’inizio della decolonizzazione, gran parte della documentazione ufficiale che testimoniava massacri e torture venne intenzionalmente distrutta; dagli archivi del Ministero delle Prigioni e da quelli per gli Affari Africani corrispondenze e rapporti furono fatti sparire.


Qui di seguito Ë riprodotto integralmente il testo dei tre articoli pubblicati su “Peace News” il 4, l’11 e il 18 maggio 1956. Il periodico, a quanto mi risulta, in Italia é posseduto solo dalla biblioteca della Casa della nonviolenza di Verona, i cui addetti ingrazio per la cortesia e la disponibilità che mi hanno dimostrato.

Nella trascrizione abbiamo rispettato scrupolosamente l’originale ad eccezione delle numerose fotografie che corredano gli articoli e che ritraggono gruppi di sospettati dietro il filo spinato in attesa degli interrogatori, uomini e donne sorpresi di notte dai raids o in marcia verso le riserve, soldati intenti alla requisizione del bestiame. Contiamo di inserirle nella nostra galleria immagini in uno dei prossimi numeri.


I - Kenya’s Concentration Camps, An Eyewitness Account,

by Eileen Fletcher

This is a true account of things I have seen and heard myself and of things told me by responsible officials. It is not exaggerated or written up in any way. These things are known and accepted in Kenya. Because I would not accept them it was made impossible for me to continue my work although the Government could not get anyone else in my place.

One Church Missionary Society worker, when I told her I was coming home to tell people what was happening in Kenya said, “No one will believe you, unless they have seen it. No one would believe that such widespread corruption exists”.

I went to Kenya in December 1954 to work in Mau Mau Camps because I was concerned at the accounts in English papers of atrocities committed both by the Mau Mau and by certain British people in suppressing them.

My religion teaches me “there is a way of God in every situation” and I was anxious to prove this in the trouble areas of Kenya. Also I was anxious to help Mau Mau Detainees during their time of imprisonment, for having lived for two years in an isolated Refugee Camp and for one year in a Rehabilitation Camp for Ex Prisoners of War, I know from experience how frustrating and demoralising such life can be.

I was appointed as a Rehabilitation Officer by the Kenya Government and worked in the Department of Community Development and Rehabilitation under the first and as yet the only African Minister. Shortly afterwards I was made Staff Officer in charge of Rehabilitation of Women and Girls in Mau Mau Detention Cam and Prisons throughout the Colony.



Sweeps

From time to time sweeps of varying sizes were carried out by Police and Troops, especially after the murder of a European or after a gang had stolen food.

I was told by Dr. Gregory, Head of the Save the Children Fund in Nairobi, that during one of the early sweeps, Operation Anvil, troops went into all the African locations in Nairobi, rounded up all the African adults and took them to a Reception Camp.

No one gave a thought to the children and as long as 48 hours after, tiny babies were found in cots who had had no care, attention or food during the whole of that time. I also heard him repeat this at a meeting.

The head of one Government Department told me that during the same operation one of the men detained was an African who had worked for one firm in Nairobi for 12 years. During his detention he was screened “white” (i.e. clear of Mau Mau) and sent back to Nairobi. He could have gone back into his job but the District Commissioner would not give him a permit to stay in Nairobi and he was sent to his Tribal Reserve where he had never lived. The life was quite strange to him, with practically no chance of employment.

The District Commissioners have complete power over such things. I was present when the heads of two Government Departments were discussing two of them. They described them as “a couple of thugs, completely anti African”.

The attitude of the British in Kenya to these sweeps has become quite callous. I met English women whose African houseboys had been swept up for screening, although they belonged to a tribe not affected by Mau Mau, simply on suspicion because a gang had been seen somewhere in the neighborhood. They were marched off about 6.30 a.m. before breakfast, and kept all day at the Police Station, all night and until 2 p.m. the following day.

They said during the whole of that time they had no food, there was no sleeping accommodation, and although it was a cold night no blankets or covering were provided. These servants had been for several years with the English families, done all the housework and served them faithfully, yet their English employers only said it was a pity they had been taken on a Monday as the laundry was not done!


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