Bertrand Russel e la crisi dei fondamenti



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Bertrand Russel e la crisi dei fondamenti

La logistica non è più sterile, ha generato le contraddizioni.


Henri Poincarè

All earthly knowledge finally explored

Man feels himself from doubt and dogma free.

There are more things in Heaven, though, my lord

Then are dreamed of in your philosophy.*

Bertrand Russell


* La conoscenza in terra ormai esplorata

da dogmi e dubbi libero mi sento.

Ci sono più cose in Cielo, o mio Signore

di quante sa la tua filosofia.


Antinomia di Russell

«Alcune classi sono elementi [members] di se stesse, altre non lo sono: la classe di tutte le classi è una classe, la classe delle non-teiere [not-­teapots] è una non teiera.

«Consideriamo ora la classe di tutte le classi che non sono elementi di se stesse. Se essa è un elemento di se stessa, allora non è un elemento di se stes­sa» [in quanto i suoi elementi sono bene le classi non elementi di se stesse].

«Se essa non lo è, lo è» [perché ogni classe non elemento di se stessa ap­partiene alla classe di tutte le classi che non sono elementi di se stesse].

Questa antinomia può essere esposta in modo più chiaro. Vediamolo. Ci sono alcuni attributi che convengono a se stessi. Cosi, l’aggettivo italiano è italiano, l’aggettivo sdrucciolo è sdrucciolo, quello polisillabo è polisillabo. Altri, in­vece, non convengono a se stessi, non «predicano» una pro­prietà da essi stessi posseduta: tronco non è una parola tron­ca, monosillabo non è monosillabo.

Chiamiamo eterologico l’aggettivo che esprime la pro­prietà di un attributo di non convenire a se stesso. Poniamo la domanda: eterologico è eterologico, o no? Risposte:

1) Se eterologico è eterologico, allora non è eterologico (perché conviene a se stesso).

2) Se eterologico non è eterologico, allora è eterologico (perché non conviene a se stesso).

Il circolo si chiude su se stesso, viziosamente:

Se si, allora no; se no, allora si.
Ma cosa c’entra tutto questo con l’infinito di Cantor?
Il grande logico-matematico tedesco Gottlob Frege pubblicava nel 1903 il suo secondo volume sui Principi dell’aritmetica. Si trattava della messa a punto della teoria degli insiemi di Cantor e della corrispondente costruzione di una teoria dei numeri basata soltanto sulla logica (logicismo). Contemporaneamente però, Frege dava onestamente notizia di una antinomia (contraddizione) emer­gente dalle sue dimostrazioni e segnalatagli da Bertrand Russell. L’antinomia consisteva in questo: dato l’insieme X. definito come «l’insieme di tutti gli insiemi che non contengono se stessi», qual è la risposta alla domanda: « X contiene o no se stesso come elemento? ».

Se la risposta è affermativa, vale a dire se X contiene se stesso come ele­mento, essa contraddice la definizione stessa di X; se invece è negativa, la contraddizione esiste sempre perché, se X non include se stesso, non può essere l’insieme di tutti gli insiemi che non contengono se stessi.

Ecco quindi come appare l’antinomia di Russel nella sua traduzione matematica.

L’aritmetica di Frege era basata sulla teoria degli insiemi; una tale antino­mia, che gettava ombra sulla teoria stessa, apparve tanto grave a Frege da fargli abbandonare le sue ricerche, ma agi da stimolo su Russell e su altri matematici; si aprì allora quel capitolo della matematica che va sotto il nome di «crisi dei fondamenti » e che ha portato a grandi progressi sulla strada della rigorosa fondazione logica dell’aritmetica.


Leggiamo questo brano tratto da una lettera inviata da Russel al matematico Frege:
Friday’s Hill, Haslemere, 16 giugno 1902
«Caro collega,

«[...] io mi trovo in completo accordo con lei in tutte le cose essenziali, particolarmente quando lei respinge ogni momento psicologico nella logi­ca, e quando lei ripone grande valore in una ideografia per la fondazione della matematica e della logica formale, che, sia detto incidentalmente, è ben difficile distinguere. [...] C’è solo un punto dove io ho incontrato una difficoltà. [...] Sia w il predicato: “essere un predicato che non può essere predicato di se stesso”.. Può w essere predicato di se stesso? Da ogni ri­sposta discende l’opposta. Perciò dobbiamo concludere che w non è un predicato. Similmente non esiste (come totalità) una classe di tutte le clas­si che, prese ciascuna come una totalità, non appartengono a se stesse. Da ciò traggo la conclusione che in determinate circostanze una collezione definibile non forma una totalità» [non può cioè, aggiungiamo noi, essere considerata come costituente un nuovo elemento].

Alla lettera di Bertrand Russell, Gottlob Frege rispondeva il 22 giugno 1902:
«La vostra scoperta della contraddizione mi ha causato la più grande sorpresa e, starei per dire, costernazione, poiché ha scosso la base sulla quale intendevo costruire l’aritmetica».
La «ipotesi fondamentale» di Frege che l’antinomia di Russell dimostrava erronea, può essere espressa come prin­cipio incondizionato di comprensione nella seguente forma:

Ogni proprietà definisce l’insieme degli elementi che la ve­rificano (la sua ‘estensione’).
«Avrei volentieri rinunciato a questo fondamento se aves­si saputo come sostituirlo», scrive Frege nell’Epilogo che egli aggiunse al secondo volume dei suoi Fondamenti dell’aritmetica, addirittura già in bozze quando la lettera di Russell era pervenuta al suo autore. Frege seguita dicendo:
«E ancora adesso non comprendo come l’aritmetica possa venir fonda­ta scientificamente [...] se non è permesso [...1 passare da un concetto alla sua estensione. Posso parlare in ogni caso dell’estensione di un concetto, ossia posso in ogni caso parlare di una classe?

«Solatium miseris, socios habuisse malorum [È consolazione per gli in­felici avere avuto compagni delle loro sventure]. Questo conforto, se con­forto è, soccorre anche me. Infatti, tutti coloro che nelle loro dimostrazioni hanno fatto uso di estensioni concettuali, classi, insiemi, sono nella mia stessa situazione. Qui non è in causa il mio metodo di fondazione particolare, ma la possibilità di una fondazione logica dell’aritmetica in generale».
I soci malorum, i compagni di sventura di Gottlob Frege, sono quindi tutti i matematici. Con l’antinomia di Russell si apre perciò la crisi dei ondamenti della matematica, di tutta la matematica. Questo spiega, a nostro avviso, il fatto che l’antinomia di Russell occupi storicamente una posizione dominante tra le antinomie dell’infinito attuale. Essa si rife­risce infatti all’uso della parola tutti come possibilità di co­struire, in generale, l’insieme «estensione» di una proprietà.

Nota sulle parole «paradosso » e « antinomia ».


Abbiamo usato fin qui i termini « paradosso » e «antinomia » come sino­nimi. Questo, però, non è esatto. Le due parole, entrambe derivanti dal gre­co, hanno due significati distinti.
1) Antinomia vuoi dire contraddizione. Se in una teoria matematica c’è una contraddizione, la teoria crolla tutta quanta.
2) Paradosso vuoi dire al di là del credibile. E’ difficile credere che la somma di infiniti termini possa essere finita, ma non è una contraddi­zione.
Possiamo concludere dicendo che la matematica, affrontando l’infinito, ri­duce via via le (apparenti) antinomie a paradossi dell’infinito. (Paradossi dell’infinito è il titolo di un libretto del teologo e matematico austriaco Ber­nardo Bolzano, meritatamente famoso, perché egli fu il primo ad affron­tare in modo sistematico, già nel 1851, le difficoltà che l’infinito oppone all’indagine matematica.)


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